venerdì 26 aprile 2013

DUE SERATE e ...


Rieccoci, dopo altri impegni e vicissitudini, a scrivere ciò che è accaduto al FOTOCLUB.
Non è che non ho scritto della serata dedicata a Claudia TORDERA e Claudio TRADIGO se non per una mia perplessità nell’uso di questi soci (e di altri) nell’uso di fotocamere vecchie, antiche. Si ha l’impressione che si sia formata una tribù che per moda, o per distinguersi sia tornata all’uso di mezzi obsoleti; quasi a sottolineare “io fotografo”.
Sono perplesso nella definizione di “magia” nell’uso della pellicola, solo in B/N, ma magia sarebbe se si partisse dalla pellicola alla stampa finale della foto in un ‘ unica soluzione invece di scattare e poi scansionare il negativo e portarlo a sviluppare in un minilab. di sicuro ciò che si faceva con le analogiche si può fare con le macchine digitale, mentre non tutto ciò che con il digitale si può fare oggi si può fare con le fotocamere analogiche.
Tornando alla presentazione dei due autori che dopo un periodo di seguaci, adepti di Toia, scopiazzando i suoi lavori va  un plauso per aver intrapreso un loro percorso che li ha portati, per ora alla street photography con due stili diversi lui giovane, deciso quasi aggressivo, mentre lei più riflessiva, una fotografia di attesa.
(Non ho trovato immagini relative alle proiezioni)

Passata una settimana e il giovedì successivo tocca al socio-ospite Mario PASQUALINI da Domodossola.
Tre le presentazioni : Storie di fiori spontanei, Tre dozzine di paesaggi e Primoplan e le luci del bosco.
Sui fiori di Mario  poco resta da dire, continua la sua ricerca di un’atmosfera
Pittorica, immagini dove il fiore non è il soggetto ma un pretesto per esaltare lo sfondo che raffigura proprio quell’atmosfera anelata.



In Tre dozzine di paesaggi, ma erano proprio 36?, l’autore ci mostra non luoghi esotici e lontani, ma panorami delle sue valli autodefinendosi uno stanziale.



Paesaggi forse troppo miltoniani (da Paradise lost, ndr), permeati da romanticismo curati in maniera maniacale, risultando molto ben eseguiti ma  asettici, staccati dalla realtà.
E veniamo cosi alla terza presentazione dell’ospite dove il soggetto principale e il Primoplan, che possiamo ritenere un antesignano del moderno Lensbaby, un’ottica degli anni ’40 con grande apertura, nessun rivestimento delle lenti un numero elevato di lamelle che tutt’insieme permettono di avere un’ effetto sfocato molto particolare e aiutano l’autore nella sua ricerca di quell’atmosfera da Shangri-la che attira così tanto Mario.

Approfitto per consigliare due mostre, approfittando di questi giorni di festa di fare una gita a Torino dove a Palazzo reale si può vedere “Robert Capa retrospettiva” mentre a Palazzo Madama in mostra c’è Elliot Erwitt.


Il primo autore, Robert Capa, reporter di guerra, quindi con immagini un po dure, ma purtroppo la guerra è dura, ma che nella sezione finale ci mostra un Capa non indurito dal suo lavoro come un  ritrattista affabile e attento.


 Il secondo Erwitt fine osservatore, uno spirito ironico.




Ultimo giovedì di aprile 2013




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4 commenti:

  1. Mi sembra naturale che l'analogico, con le sue obsolescenze, resista, seppur in nicchia. Vecchi fotografi con scarsa voglia di cambiare tutto, giovani fotografi affascinati da processi chimici e meccanici più comprensibili dei bit.
    (belli i capitoli finali di "E l'eco rispose", romanzo di Khaled Hosseini, in cui due bambini scoprono la "magia" della fotografia costruendo un foro stenopeico)
    Ma anche al netto dell'anagrafe, penso che sia l'analogico, sia il bianco e nero debbano continuare ad avere un loro collocamento nella fotografia di oggi, per i seguenti motivi:
    1. l'analogico è un percorso formativo eccellente: per molti giovani la tecnologia è plug'n play (il mondo diventerà plug'n play, come in Wall-E), l'apparecchio moderno è sempre preimpostato per minimizzare l'intervento del fotografo. La soglia di pigrizia si alza e la gavetta non passa più per la comprensione di diaframma, tempi, profondità di campo, spettro, densità. Naturalmente ci sono gli appassionati che vanno oltre l'apparecchio e vogliono comunque "capire". Ma in genere noto che ci si affida più facilmente alla quantità di scatti, per poi, senza necessariamente "capire" il perchè, scegliere quelli che più piacciono e che più si prestano ai filtri PS (che pure loro sono plug'n play; pochi -anche perchè bisogna essere esperti informatici- si sforzano di "capire" cosa avviene ai bit). L'analogico (quello senza la funzione Auto!) costringe invece chiunque a comprendere il processo che porta la luce a impressionare gli alogenuri (i pixel) o le ottiche a riprodurre una certa realtà. Io stesso vorrei costruirmi la scatola di scarpe stenopeica! Certo, anche le macchine digitali hanno la funzione Manual, ma è facile che vinca la pigrizia o la scarsità di tempo.
    2. le macchine analogiche sono belle: secondo me quando un'attività ha a che fare con il bello, se anche gli strumenti possono essere belli (a parità di qualità) tanto di guadagnato. Contornarsi di cose belle, che pur sempre cose sono, appaga la percezione estetica generale della propria esistenza. Molta industria del passato era meno globalizzata e quindi l'estetica dei prodotti aveva caratteristiche più peculiari e rivestiva maggior importanza. I corpi macchina moderni sono tutti belli, ma tristemente globalmente eguali.
    3. l'analogico è economico. Le macchine fotografiche "obsolete", che sembrano fatte per perdere tempo nel fare una foto, hanno oggi un rapporto qualità prezzo irraggiungibile dai corpi moderni: una Hasselblad con un paio di ottiche formidabili si trova a 300-400 euro. Un ingranditore professionale costa meno di una ink-jet mediocre; un foglio di carta baritata meno di una FineArt Epson; i chimici meno di una licenza Photoshop. Inoltre la macchina obsoleta ha già superato il verdetto dei tempi. Mentre posso essere sicuro che con un unico corpo analogico di media-alta fascia andrò avanti ancora per decenni, non posso dire altrettanto dei corpi digitali. Chi usa ancora un corpo digitale del 2003? Chi nel 2023 userà ancora un corpo del 2013?
    4. l'archiviazione arriverà ai nostri nipoti. Non si può dire lo stesso dei supporti digitali, o almeno non con la stessa certezza. La cinematografia mondiale riversa tutti i film girati in digitale su celluloide, sostenendo costi elevatissimi, solo perchè è il supporto la cui conservazione costa meno ed è più sicura.
    5. qualità. Qui la discussione è noiosa e vana, tanto l'occhio non percepisce più di tanto la differenza fra 20 milioni di pixel e un negativo 4x5

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    1. 6. il bianco e nero è una delle forme espressive. La fotografia è espressione, alcune volte persino arte. Chi fotografa esprime anche se stesso. Quindi, al di là delle varie filosofie che spesso soggiacciono alle fotografie, l'espressione deve essere libera. Il che non significa che tutti "devono" fare tutto (il colore, il bn, l'astratto, il realismo, la street, la fineart...) ma che tutti "possono" fare tutto. Fortunatamente poi c'è chi si concentra su una piccola nicchia di espressione e in quella gode perdersi per anni: è in genere da questi personaggi che arrivano chicche di eccellenza. Si copia, ci si ripete, si approfondisce, si sviscera, ci si frustra... di solito attraverso tutto ciò si migliora, l'opera diventa più bella, che essa sia un paesaggio autunnale di larici color oro e cieli blu tersi in bn o l'immagine lattiginosa a colori del Lago Maggiore con la nebbia. La realtà non ha prerogative espressive, altrimenti saremmo fermi alle pitture rupestri. E ci devono essere anche i gusti, per cui chi guarda giudicala l'opera bella o brutta. Gusti e libertà espressiva spesso sono tesi e antitesi per nuove sintesi.

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  2. Caro ANONIMO,
    non penso che tu sia frequentatore del FOTOCLUB perché’ il mio senso di perplessità nasce da un movimento che proprio in questa associazione ha preso l’avio ossia alcuni giovani soci e hanno seguito un WS di Roberto TOJA e sono stati affascinanti dall’analogico e “… Si ha l’impressione che si sia formata una tribù che per moda, o per distinguersi sia tornata all’uso di mezzi obsoleti; quasi a sottolineare “io fotografo”.
    Sono perplesso nella definizione di “magia” nell’uso della pellicola, solo in B/N, ma magia sarebbe se si partisse dalla pellicola alla stampa finale della foto in un ‘ unica soluzione invece di scattare e poi scansionare il negativo e portarlo a sviluppare in un minilab. di sicuro ciò che si faceva con le analogiche si può fare con le macchine digitale, mentre non tutto ciò che con il digitale si può fare oggi si può fare con le fotocamere analogiche. (questo si era detto, ndr)”.a
    La sensazione di perplessità continua pensando che alcuni appartenenti a questo gruppo scattano ogni rullino con fotocamere diverse dalla vecchi sgangherata Bencini alla Biottica 6x6 passando per la Holga senza, alla fine, capirne i limiti e caratteristiche e cosi foto sfocate, bruciate da infiltrazioni di luce diventano “arte” …
    Pertanto il mio non era un proclama contro l’analogico e il B/N, sono pero convinto che non tutti coloro che li usino lo facciano per una scelta consapevole e convinta, ma proprio per fare gli snob.
    Ho proposto di fare un corso base di fotografia con macchine analogiche, ma il nostro tempo viaggia in digitale chi insegnerebbe ai suoi figli a scrivere con cannuccia, pennino e calamaio? O imparasse a guidare un’automobile senza servofreno servosterzo etc.? ora c’è il digitale usiamo il digitale.
    Che le fotocamere analogiche fossero belle non vale per tutte (la Prakyica fosse bella …) e anche qui vale il principio che il canone di bellezza cambia col passare del tempo, magari tra 30 o 40 anni diremo che della fosse la Nikon D700 o la Canon 5D; e che poi siano economiche penso sia da dimostrare, forse il corpo macchina e qualche ottica, ma sentendo chi le usa le pellicole non sono a buon prezzo e poi stampando quanta carta si butta? Ne sa qualcosa coloro che anni indietro l’hanno provato.
    In conclusione sono d’accordo che il B/N sia un’espressione della fotografia non figlia di un dio minore ognuno è libero di usare la tecnica fotografica che preferisce, che più esprima il suo pensiero, la sua creatività, il suo essere; e la liberta di pensiero sia inalienabile sia nell’era analogica che nel presente digitale sia nel futuro che verrà.
    Bel nome ANONIMO.

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    1. Allora abbiamo una visione simile. Avevo mal interpretato il testo iniziale.

      Comunque Anonimo è il nome che affibia in automatico blogspot se non si è registrati in un qualche sito partner. Mi chiamo Andrea e sporadicamente (visto che ho fortunatamente due bebé da seguire) riesco a venire il giovedì sera.
      Buone foto!

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